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Un piano che può cambiare
Un progetto deve avere una direzione visibile senza trasformare il piano in una promessa immutabile.
Un piano serve. Senza, nessuno sa dire dove siamo, cosa viene dopo e quanto stiamo investendo. Il punto è cosa ci aspettiamo da quel piano.
Il futuro vicino è quasi sempre più chiaro del futuro lontano. Un piano onesto lo dice: le prossime settimane sono definite, i mesi dopo sono una direzione, e la direzione può cambiare se quello che impariamo lo richiede. Cambiare strada non è un incidente da giustificare, spesso è la conseguenza corretta di aver capito qualcosa.
In ogni momento del progetto devono essere chiare sei cose: dove siamo, qual è il prossimo risultato che cerchiamo, quali decisioni sono aperte, quali rischi conosciamo, quale investimento stiamo assumendo e cosa potrebbe far cambiare il piano.
Lo strumento con cui tenerle chiare non è prescritto. Può essere una roadmap, delle milestone, un backlog, un piano di release, un documento condiviso, una board o anche un Gantt. La forma si sceglie in base al progetto: come organizziamo il lavoro dentro un progetto lo raccontiamo nel metodo BitBoss.
Serve anche un ritmo. Non perché le richieste vadano incanalate, ma perché lavorare bene richiede periodi di concentrazione, e perché le decisioni prese di corsa fra una cosa e l'altra sono decisioni peggiori. Con che frequenza ci si vede e come si prendono le decisioni lo decide il progetto.